Reti d’impresa da opportunità a strumento contro la crisi

LE STRATEGIE. Incontro di approfondimento in Confindustria promosso con RetImprese e Banco Popolare

Così le aziende anche piccole possono rafforzare il business e ottenere credito, ma servono regole per garantire gli equilibri

Un momento dell’incontro «Imprese in rete per competere» in Confindustria Verona FOTO MARCHIORI

Un momento dell'incontro «Imprese in rete per competere» in Confindustria Verona FOTO MARCHIORILa rete d’impresa come antidoto contro la crisi. Come salvagente al quale anche le realtà micro possono aggrapparsi per rafforzare il loro business, pur nella difficoltà della congiuntura. Uno strumento ancora imperfetto. Che comunque piace agli imprenditori veronesi, che ieri pomeriggio hanno partecipato numerosi all’incontro di approfondimento «Imprese in rete per competere», organizzato da RetImpresa, Confindustria Verona e Banco Popolare.

«Il nostro obiettivo è di guidare le aziende a costruire buoni contratti di rete che possano ottenere i finanziamenti dalle banche», ha messo in chiaro Aldo Bonomi, vicepresidente di Confindustria, a capo di RetImpresa, intervenendo con un videomessaggio. A fare gli onori di casa, il presidente di Confindustria scaligera, Giulio Pedrollo, che ha ricordato il primato di Verona per numero di imprese in rete, 109, sulle 335 venete. «Di fronte alle trasformazioni economiche le nostre aziende hanno cercato di reagire, di cambiare pelle, non potevano però cambiare all’improvviso dimensione e hanno compreso la necessità di mettersi insieme, per vincere soprattutto le sfide dell’internazionalizzazione», è il commento di scenario. «Confindustria ha avviato nove reti ed un progetto di ricerca con università Unicredit e Banco Popolare per formulare un modello di contratto, con relative clausole, da utilizzare dalle associate». Restano da superare alcuni nodi normativi. «Capire ad esempio se la firma digitale si può utilizzare senza il notaio», esemplifica Pedrollo. «Oppure se l’impossibilità per la rete di fatturare rappresenta un limite o una risorsa. Mentre è stata recentemente modificata la normativa che consente anche alle reti di partecipare alle gare pubbliche», annota Fulvio D’Alvia, direttore di RetImpresa. SERVONO REGOLE. «Bisogna fissare regole di convivenza tra realtà che entrano a far parte di un’aggregazione in modo da non assistere alla mobilità di figure professionali, di know how e di clienti da un’azienda all’altra», fa presente Federico Furlan, managing director di Simem di Minerbe, che entro l’anno costituirà con lo studio di progettazione veronese Technital, specializzato in ingegneria idraulica, in collaborazione di Acque veronesi, la rete H2Org. Tuttavia i vantaggi sono innegabili. «Si lavora in network, in strutture semplici, mantenendo una natura privatistica, che i distretti industriali stavano smarrendo. Il tutto conservando autonomia, senza annegare in qualcosa di più grande», fa il punto D’Alvia. «I contratti vengono siglati soprattutto per implementare sviluppo, ricerca ed innovazione, marketing, supportare processi di internazionalizzazione e, nell’agroindustria, per migliorare standard di qualità nei processi produttivi – prosegue – In Italia finora sono circa 800 per 4.200 imprese, il 76% uniregionali, il resto multiregionali, con una media di 5,2 aziende, in prevalenza pmi per rete». VENETO E LOMBARDIA. Multiregionale è Rice (rete interattiva di comunicazione elettronica) che aggrega due aziende scaligere, una padovana ed una bergamasca, per garantire l’interconnessione ed eliminare il digital divide sulla direttrice Padova-Milano. Regionali, rete Verona Garda Bike e rete Buon Gusto Veneto, sottoscritta un anno fa da 15 imprese del food, che ora sono diventate 34. Anche le banche possono trasformarsi in moltiplicatori per le reti. «Promuovendo iniziative per favorire l’aggregazione», sottolinea Domenico De Angelis, condirettore generale del Banco Popolare. «Ma è sull’internazionalizzazione che dobbiamo spingere l’acceleratore, superando i vecchi modelli della filiale o dell’ufficio di rappresentanza. Servono dirigenti che vivano stabilmente all’estero e aiutino le nostre aziende, anche le più piccole, a risolvere i problemi di partnership».
Valeria Zanetti

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