La giornalista disoccupata s’inventa una vita da fiaba

http://www.ilgiornale.it/news/interni/giornalista-disoccupata-sinventa-vita-fiaba-918657.html

Perde il lavoro al sesto mese di gravidanza, il marito art director rinuncia al suo e insieme creano applicazioni su tablet per bimbi

Che cosa te ne fai, di questi tempi, del diploma preso al liceo scientifico Luigi Pasteur di Roma con 60 su 60? E della laurea in sociologia, indirizzo comunicazione e mass media, conseguita all’Università La Sapienza con una tesi intitolata L’uso della parola nella pubblicità radiofonica e una votazione di 110 e lode? E dell’ottima conoscenza della lingua inglese, scritta e parlata, maturata all’Università di Cambridge? E dell’anno di studio e lavoro passato fra Inghilterra e Stati Uniti?

Niente, non te ne fai proprio niente, se sei una giornalista e per di più in attesa di diventare madre. Francesca Tamberlani, 34 anni, se n’è accorta sulla propria pelle nel febbraio dello scorso anno, quando, incinta di sei mesi, ha saputo che il suo contratto da redattrice nel mensile Ville & Casali non le sarebbe stato rinnovato. «Rivediamoci a fine anno», l’hanno congedata. Il 3 giugno è nata Ilaria. Dopo aver svezzato la piccola, la neomamma si è ripresentata in redazione, la vigilia di Natale, per sentirsi dire che la crisi dell’editoria aveva costretto anche gli altri suoi colleghi, una decina, a contratti di solidarietà e che il suo posto era definitivamente svanito.

Conta davvero poco, a quel punto, che tu sia anche iscritta dal 2010 all’albo dei giornalisti professionisti; che abbia lavorato come producer di Rai News 24 presso la Rai corporation di New York, assunta al primo colpo, senza raccomandazioni, solo perché hai fatto un’ottima impressione a Dina Pinos, reclutatrice con un passato alla Banca Mondiale e un presente alla Delta air lines; che nel tuo curriculum figuri un’esperienza da account manager presso la Eidos Communication di Roma; che tu abbia all’attivo singolari capacità redazionali maturate in testate dedicate alle teenager e all’età prescolare, da Y18 a Tweety Girls, da Go Girl a Bratz Magazine. Sei fuori, punto e basta.

Diceva Winston Churchill che non c’è investimento migliore, per una società, del mettere latte dentro ai bambini, e per un anno la mammina disoccupata questo ha fatto, ben felice di farlo nonostante la perdita del lavoro: ha allattato al seno la piccola Ilaria. E ha cominciato a parlarle in inglese («non voglio che da grande le lingue straniere per lei rappresentino un ostacolo, perché so già che dovrà andare a cercarsi il pane fuori d’Italia»), le ha letto le fiabe ad alta voce, l’ha portata a spasso.
Un giorno Francesca Tamberlani ha acquistato un Ipad ed è rimasta molto colpita dalle reazioni istintive della figlia, che non poteva né sapere né capire nulla di quell’attrezzo magico eppure protendeva le manine in direzione del display, smaniosa di interagire con le immagini che vi apparivano. E lì s’è accesa la lampadina: perché non mettere del latte anche nell’Ipad, oltre che in Ilaria?

Comincia così, con una macchia bianca dai bordi irregolari che si spande sullo schermo nero fino a illuminarlo di bianco e la risata gorgogliante di un neonato in sottofondo, l’avventura di Milkbook, fusione di «latte» e «libro» in inglese, una delle oltre 800.000 applicazioni (app, in gergo) disponibili sul mercato per Ipad e Iphone, che ha riscosso un notevole successo anche nella versione per tablet e smartphone Android e per Amazon Kindle fire, fino a diventare il nuovo mestiere della giornalista. Anzi, qualcosa di più, un’impresa di famiglia, visto che il marito Antonio Volino, 32 anni, grafico e web designer, s’è licenziato dall’industria dove lavorava dal 2006, abbandonando il settore della carta stampata per aiutare la moglie in questo progetto. Prima uscita: Hänsel e Gretel, la fiaba tratta dalla raccolta pubblicata dai fratelli Grimm agli inizi dell’Ottocento, che narra dei due figli di un povero taglialegna abbandonati nella foresta dal padre impossibilitato a sfamarli.

Come il boscaiolo, anche Francesca e Antonio possono contare soltanto sulle loro forze. Figlia di un macellaio romano lei e di un imbianchino dell’Isola d’Ischia lui, hanno investito il 50 per cento dei loro risparmi nella prima app di Milkbook. «A gennaio il conto in banca s’è tinto di rosso», sospira la signora. E questo nonostante facciano quasi tutto da soli e abbiano adattato a bottega la loro abitazione sulla Cassia, a Roma.

Non rischia di litigare con suo marito, avendolo tutto il santo giorno fra i piedi per casa?
«L’importante è dividersi gli spazi: Antonio lavora in un angolo del salone trasformato in studio, io in camera. E poi ho l’accortezza di lasciargli libera la mattina, quando esco con la bambina a fare la spesa».

È dura ritrovarsi a casa anziché in redazione?
«Un po’ sì».
Perché ha scelto di fare la giornalista?
«Mi è sempre piaciuto scrivere. Già a 7 anni buttavo giù storie di fantasia, che avevano per protagonisti cani, mucche e galline. Mia nonna Luciana, oggi ottantacinquenne, se le portava via per leggerle con orgoglio alle sue amiche».

Con lei disoccupata, non è stato un azzardo lasciare che suo marito rinunciasse al posto fisso?
«L’ha voluto lui. Aveva voglia di cambiare, era insoddisfatto del suo lavoro, non vedeva sbocchi professionali. E del resto era l’unico modo per creare qualcosa di valido».

Che effetto fa non poter contare su uno stipendio sicuro?
«Dà una certa inquietudine, ma anche una sensazione di libertà. Antonio ha fatto bene i conti. Mantiene varie collaborazioni, aiuta un’azienda di software. Sa essere camaleontico».

Avete calcolato quante app vi toccherà vendere, a 2,69 euro l’una, per mantenervi?
«Sì, mio marito ha fatto anche questo conto. Servono 1.000 app scaricate per recuperare almeno le spese vive e un catalogo di 20 fiabe per campare».

E quante sperate di produrne in un anno?
«L’obiettivo iniziale era alto: una al mese. Penso che dovremmo accontentarci di una favola a stagione. Sempre in tre lingue: italiano, inglese e spagnolo».

Perché non in francese, in tedesco, in cinese?
«Ci stiamo pensando. Abbiamo fatto ricerche per altri mercati, come la Russia, ma è risultato che il tablet è uno strumento ancora poco diffuso. Inoltre solo per traduzione e speaker servono 500 euro a lingua».

Un investimento modesto.
«Per un grande editore. Ma non per noi. Certo, basterebbe che cedessimo Milkbook a qualcuno che abbia le spalle più larghe delle nostre, però è l’ultima cosa che vorremmo fare. Il sogno a lungo termine è di consolidarci come editori in proprio».

Nel frattempo avete dovuto rinunciare a qualcosa?
«A qualche vacanza, a qualche paio di scarpe. Ma soprattutto al tempo. Ne abbiamo meno adesso di quando lavoravamo come dipendenti. Oltre all’impegno per Milkbook, devi studiare per acquisire nuove competenze. Mio marito è persino andato a prendere ripetizioni da un programmatore».

Come vi siete divisi i ruoli?
«Io mi occupo della parte letteraria, lui di quella tecnologica. Sono facilitata dal fatto che per anni ho creato riviste con giochi e racconti destinati all’infanzia. Finora l’approccio dei bambini all’alfabeto, alle forme geometriche, ai numeri è stato possibile solo su carta. Il tablet ha il pregio dell’interattività».

Che cos’hanno di interattivo Hänsel e Gretel?
«Se li sfiori, ridono, piangono, aprono e chiudono gli occhi. Le ciambelle nella casa di marzapane danzano. La strega finisce nel forno. Le tavole disegnate da Ilaria Vescovo, un’illustratrice di grande talento, cambiano luce a seconda degli stati d’animo dei protagonisti: diventano cupe quando il pericolo è all’orizzonte, si rischiarano quando la vicenda prende una piega favorevole. I testi sono in rima, per coinvolgere maggiormente i piccoli utenti dai 3 ai 6 anni. Le musiche sono composte da Andee Scott, un pianista inglese che abbiamo scoperto su Internet».

Perché avete cominciato proprio da Hänsel e Gretel?
«È un classico poco sfruttato. Non è una fiaba arcinota, come Cenerentola o Biancaneve. E poi volevamo in qualche modo correggere la versione cinematografica uscita da poco e subito finita in vetta alle classifiche, Hansel & Gretel cacciatori di streghe, un film horror dove non è il bene a trionfare, come dovrebbe essere in ogni storia che si rispetti».

Prossime uscite?
«Stiamo lavorando a un soggetto tutto nostro: una mucca umanizzata che ha le sembianze di una bimba di 3-4 anni. Non ho ancora avuto il coraggio di dirlo a mio padre macellaio…».

C’entra sempre il latte.
«Dipenderà dal fatto che io e Antonio siamo stati cresciuti con quello in polvere. Il latte materno dà al bambino benessere e serenità, come le favole. Mia madre avrebbe voluto allattarmi, ma non le è venuto».

Si sente deprivata?
«No. Però trovo folle che i pediatri a un certo punto fossero arrivati a consigliare alle mamme di non dare il loro latte ai figli perché si pensava che potesse far male o perché si voleva evitare che la puerpera cadesse in depressione qualora il neonato non si fosse attaccato al seno di buona lena».

Qual è, a suo giudizio, il torto peggiore che si possa fare a un bambino?
«Non offrirgli delle opportunità. Non dico di soffocarlo a 5 anni con corsi di nuoto e studio del violino. Parlo di giochi all’aria aperta o visite alle fattorie. Attività per le quali non servono docenti: bastano i genitori e il loro tempo».

Nella società d’oggi non sono molto seguiti, i bambini.
«Lo sono fino ai 3 anni. La baby-sitter giusta, l’asilo giusto, la maestra giusta… Poi tutto viene demandato alla società».

Che cos’hanno detto i suoi genitori di Milkbook?
«Non hanno ben capito che cosa sia una app. Se devono raccontarla agli amici, non la sanno spiegare. Però è piaciuta. Mio suocero, che da una vita tinteggia le case di Ischia, ci ha offerto l’incoraggiamento decisivo. Quando mio marito gli ha annunciato l’intenzione di licenziarsi per aiutarmi a realizzare Milkbook, gli ha detto: “Se pensi che sia una cosa buona, falla!”».

Circola in Internet un filmato eloquente. Si vede un bimbo di 2 o 3 anni impegnato a ingrandire col dito le immagini su un Ipad. A un certo punto i genitori gli mettono fra le mani un giornale: lui clicca sulle foto stampate e scoppia a piangere perché non si «aprono».
«La considero una reazione naturale. Mia figlia avvicina la manina all’Ipad perché sa che questo gesto provoca un cambio di scena. Ma quando leggiamo insieme su carta That’s not my puppy di Fiona Watt, indica i disegni e s’aspetta che sua mamma dica qualcosa».

Quando aveva l’età di Ilaria, le leggevano le fiabe?
«Qualcuna mia madre, ma in genere lei preferiva i suoi libri. Poi ho cominciato da sola i primi romanzi: Piccole donne, Cuore, I ragazzi della Via Pál».

Che tipo d’infanzia ha avuto?
«Felice. I miei erano orgogliosi di me e lo dimostravano. Io ho sempre corrisposto con un’ottima resa scolastica».

Che nelle redazioni non è molto apprezzata.
«Da ingenua, inviavo il curriculum ai giornali che hanno sede a Roma: Il Messaggero, La Repubblica, L’Espresso. Mai ricevuto un cenno di risposta».

S’è occupata di teenager, arte, spettacoli, design, turismo, benessere. Disdegnava la cronaca nera?
«L’unico pezzo di nera, riguardante Maricica Haihaianu, la donna rumena uccisa con un pugno nella stazione metro Anagnina di Roma, lo scrissi all’esame per diventare professionista e fu giudicato eccellente dalla commissione».

E la politica?
«M’interessa poco».

Però nel suo sito privato c’è un link che rimanda al blog di Beppe Grillo.
«Lo seguivo quando ancora non s’era buttato in politica. Poi ho sospeso il giudizio sull’uomo. Ora non so più se la sua posizione sia giusta».

Da giornalista disoccupata ha qualche idea su come restituire vitalità alla stampa italiana?
«Mi considero diversamente occupata. Noto nei giornali uno scadimento complessivo. S’è affermata la tendenza a dare tanto, ma senza accuratezza. Io penso invece che i lettori continuino ad apprezzare la qualità più della quantità».

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